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Venerdì 21 Ottobre 2011 09:35

Quelli che Gheddafi...

Autore - By :  Redazione
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   La morte del Colonnello Gheddafi ripropone la discussione su quella che è una delle prassi più fastidiose e tra i mattoni più pesanti per l'animo di coloro che ancora conservano una certa sensibilità dentro e non se ne vergognano, nonostante oramai sia del tutto anacronistica. Si tende a confondere il diritto di cronaca con la libertà di spettacolarizzare a scopo di lucro anche la fine di una vita, la morte di un essere umano che è sempre un dramma, un dolore, anche quando coglie una persona che non sarà certo ricordata per buone azioni.

   Il punto fermo è certamente la barbarie, consolidata in una esaltazione che nasce da prospettive improbabili quanto illusorie, per i libici,  perché non altro può aver guidato la mano di quel ventenne ora così orgoglioso: avrà qualcosa da raccontare ai nipoti. Oltre questo, naturalmente sull'altare di un pugno di copie in più da vendere e certamente vendute, dell'incremento delle visite di un sito informativo, dell'ansia di dire "io c'ero", si espongono le immagini della fine di un uomo che ha suscitato reazioni ed opinioni controverse e conflittuali ma che ha scritto un pezzo di storia e che piaccia o no è meritevole del rispetto, almeno all'atto della propria dipartita,  che è e dev'essere in dote ad ogni essere umano venuto al mondo tutto sommato non per scelta propria.

   Guardando le immagini e qualche filmato ho provato comunque e soltanto pietà. La stessa pietà provata, al solo pensiero, per tutte le vittime di un regime, delle sue guerre, delle sue beghe, senza distinzione alcuna, ricordando che purtroppo la stupidità del genere umano fa si che di cose come questa sia costellata la storia del Mondo, fin dai suoi primi vagiti.

   Guardando quelle immagini e quei filmati il mio pensiero non è corso a chi contesta alle persone normali debolezza, mostrandosi duro puro e forte per obbligo di moda, indossando illegittimamente una toga già sporca di sangue: costoro hanno già giudicato anche sé stessi. E' corso invece a chi, con grande dignità, sente il proprio animo angosciato nel constatare che gli ultimi attimi di una vita, spenta dall'illusione di un manipolo di ribelli di fare così giustizia, costituiscono si oggetto di doverosa informazione, si di realizzazione di un sacrosanto diritto di cronaca, ma anche e soprattutto oggetto di giochi di potere, ansia di visibilità, tendenza ad esaltazione ed autocelebrazione, avanzamento di carriera e interessi economici colossali. C'è di tutto, di più.

   Nella strutturazione attuale dell'informazione non sarebbe un dramma collocare almeno a pagina 3, 4 e seguenti queste scene, queste foto, questi filmati, in modo da non infliggere a chi s'imbatte anche per mero errore in una "prima" scoramento, dolore, pena, insomma sensazioni e sentimenti dei quali, pur essendo essi parte della nostra vita e persino necessari per temprarci e imparare a sopravvivere, quando si può facciamo volentieri a meno. In altre parole, rivendico personalmente il diritto di un lettore di poter scegliere, sapendo che nell'aprire il giornale o nello sfogliare le sottopagine web troverà la documentazione drammatica di un episodio di cronaca altrettanto drammatico, di non essere obbligato a prenderne visione senza volerlo né desiderarlo, in modo traumatico e che spesso lascia segni profondissimi.

   Credo sia davvero tutto qui, a parte forse una cosa: un leader, un dittatore, un grande capo, va fermato per tempo, se necessario perché ritenuto sanguinario e distruttivo, non dopo avergli lasciato la libertà di compiere tutto quel che poteva in nome della sua visione del mondo e del suo personale ordine (disordine?) delle cose, quando è oramai una nullità, un relitto da sostituire in beneficio di qualcuno che forse  farà anche peggio. 

 

S.F.

 

 

Aggiornamento: Sabato 22 Ottobre 2011 10:20
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